hotel rooms – capitolo 2

una scusa qualsiasi…

una giornata noiosa, grigia, invernale. Mi manca il sole, mi manca il tepore estivo sulla mia pelle, mi manca starmene nuda.

L’idea è semplice: riempio una borsa, butto un occhio a internet e trovo l’ambientazione perfetta, un motel poco distante da casa con stanze spaziose, jacuzzi e salottino.

La stanza è accogliente, mi stendo sul divano a piedi nudi. Mio marito inizia a scattare le prime immagini: semplici, caste, una di queste la appenderemo al frigorifero. I nostri ospiti vedranno un semplice ritratto; la medesima immagine susciterà in noi invece ricordi trasgressivi e di intima complicità

Ma quei vestiti dureranno poco… sono stanca di essere la brava ragazza, acqua e sapone. Oggi voglio divertirmi, voglio giocare, essere una nuova donna… Il rito per sfilarsi i calzoni ormai lo ho imparato, ti metti di profilo, inarchi la schiena, alzi i glutei, butti in fuori il culo e lentamente fai scivolare i pantaloni sopra le natiche. Il gesto deve essere lento, ben controllato. Capisci che lo stai facendo bene quando chi ti guarda resta rimbecillito a fissarti, con un rivolo di bava alla bocca… e naturalmente la foto viene mossa!!!!

 

Ed eccomi ad incarnare la collegiale, con una gonna scozzese a piegoline, una canottiera bianca che mi mette in risaldo il seno, calze bianche autoreggenti e stivali aggressivi in pelle rossi, molto fetish.

L’idea è un po’ banale, quella gonnellina quando l’ho vista mi ha fatto subito pensare all’inflazionatissimo copione della teenager che finito l’allenamento con le compagne cheerleader viene sedotta da un gruppo di maschi arrapati e superdotati… erotismo o meglio pornografia da quattro soldi.
Però mi piace sguazzare nell’immaginario collettivo erotico e posare in situazioni così intellettualmente povere… cerco di metterci del mio e di togliere ogni volgarità, ovvero di renderla leggera e spiritosa quando incombe.

 

Il guaio poi è che mi annoio in fretta. Ci sono modelle (vabbe’ loro lo fanno di mestiere) che posano per ore, rimangono immobili in posizioni assurde e lontane anni luce dalla mia comprensione della postura umana. Io no, mi piace giocare, divertirmi e quando la cosa diventa troppo seria o impegnativa mi sono già rotta.

E così, molto in fretta, troppo in fretta, volano via anche gli abiti della cheerleader… dalla mia borsa magica tiro fuori un boa di struzzo, una guepierre, delle calze nere e un sandalo con tacco a spillo. Mi faccio aiutare a indossare il reggicalze… lo faccio apposta, sento il suo respiro che si fa più affannoso, le sue mani che tremano nel tentativo di infilare il gancetto: non gli do tregua, gli faccio fretta lo maltratto un po’. E poi mi rimetto davanti alla specchiera, lo fisso negli occhi tramite l’immagine riflessa e lo vedo riempirsi lo sguardo del mio culo incorniciato dal raso nero.

 

Il mio ego è a mille, mi piace esibirmi, mi piacciono i travestimenti. Gli lascio godere ogni centimetro della mia pelle. Mi soffermo allo specchio, gioco con il boa, indugio col peso su una gamba e poi sull’altra.

Poi mi siedo, e insinuo una mano tra le mie gambe, delicata, leggera, lenta. Cerco un po’ di sollievo, giusto qualche secondo per sedare il desiderio che a mano a mano è cresciuto in me.

Lui apre l’acqua della vasca, io mi rimiro ancora allo specchio: sono un po’ vanitosa; forse perché sono così diversa dal solito che mi concedo un po’ di vanità. Certo i suoi commenti e i suoi sguardi sono un ottimo feedback pertanto gli lascio godere ancora della mia nudità.

Mi sfilo le calze, lancio il boa di struzzo, tolgo la guepierre e mi metto sul bordo della vasca. Ripenso alla giornata, mi godo questi istanti la mia fantasia che ancora vola scandita dai click della macchina fotografica.

 

 

 

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