La location è meravigliosa: un complesso industriale concluso e mai messo in funzione, abbandonato e trasformato in quella che l’urban dictionary definisce “cattedrale nel deserto”. Negli anni vandali, ladri, teppisti e nomadi l’hanno sventrato e ridotto alla pura essenza della struttua: tutto ciò che si poteva togliere senza che l’edificio crollasse è stato sottratto e asportato. E la testimonianza che l’autore dell’amputazione non è stato il tempo la vedi sui muri come graffiti, disegni, scritte blasfeme e poetiche.
Sono arrivata con i miei bravi fotografi, abbiamo girato, scoperto e familiarizzato con quegli ambienti enormi: siamo andati alla ricerca della luce e del tepore come cercatori di un tesoro sommerso. Abbiamo osservato ogni angolo, scrutato ogni anfratto e abbiamo progettato il nostro percorso fotografico, stanza per stanza, piano per piano.
Le possibilità di un luogo simile sono immense e non si esauriscono certo in una mattinata di shooting. Ma eravamo eccitati ed entusiasti di quella mattina perfetta e ci siamo messi subito al lavoro.
Concordo l’abbigliamento con il fotografo che gestisce la sessione, chiedo un minimo di privacy e abbandono le sembianze della brava ragazza: mi trasformo in callipige e abbandono i miei abiti come i miei pudori. Questa volta siamo in tanti, sebbene manchi ancora qualcuno, soprattutto Marco Sampietro con cui ho creato un feeling speciale: mi fa divertire e rende ogni mia esibizione spontanea e naturale.
Inizio a posare, lentamente mi tolgo gli abiti, mostro sempre più pelle a quegli obiettivi famelici. I click scandiscono il ritmo, il cuore pulsante della sessione. Amo in queste occasioni voltarmi lentamente e mostrare il mio culo senza pudori: il ritmo aumenta, il cuore va in fibrillazione, i click scandiscono gli attimi più che i secondi. Mi ricompongo prima che qualcuno stia male e riprendo il mio lento incedere. Faccio la passerella in un lungo corridoio: ai miei lati le aperture, gli ingressi a quei locali desolati, permettono al sole di accarezzare il mio corpo, di scaldarmi e sostenermi. Avanti e indietro finché non mi getto nel sole, nella luce più piena.
Il programma è lungo, abbiamo adocchiato una scala senza parapetti e protezioni, mi vogliono vedere salire con solo un mini slip a coprire la mia nudità più piena. Salgo qualche gradino, sto per fermarmi e mostrarmi, ma qualcosa mi precede. Dei passi si avvicinano il gelo cala in quella stanza…
“Prego, favoriscano i documenti!”
E’ la voce di due agenti di polizia che interrompe il nostro sogno. Ci svegliano di soprassalto e ci riportano alla cruda realtà di un mondo fatto di proprietà, di divieti e di assurde convenzioni.
Penso all’impunità di tutti quelli che hanno sciacallato quella struttura, penso che tutta una serie di leggi impediscono il godimento della bellezza e del piacere (anche quello più banalmente goliardico di mostrare e riprendere un corpo femminile nudo).
Non abbiamo commesso alcun reato, se non una violazione di proprietà privata (!). Ci accompagnano all’uscita e dobbiamo trovare una nuova location… fosse facile dopo esser stati sbattuti fuori dal paradiso…
L’unica scusa che mi è venuta in mente, ma che non ho osato pronunciare per non finire in uno shooting segnaletico, è stata una banalissima “Ho tentato di bussare, ma non c’erano porte… ”

































Che poliziotti insensibili alla bellezza :) ma chi li ha avvisati ?
” ..Penso all’impunità di tutti quelli che hanno sciacallato quella struttura, penso che tutta una serie di leggi impediscono il godimento della bellezza e del piacere..” . E’ un po’ la storia di questo Paese , si colpisce chi non fa nulla di male e non chi fa cose molto cattive